Antivivisezione
a cura di Antøx
fonti:
http://www.novivisezione.org
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Gli aspetti
fondamentali dell' antivivisezionismo che esamineremo in questa breve
panoramica sono: l'aspetto etico e storico, quello scientifico e quello
legislativo. Per ciascuno di essi è disponibile materiale di
approfondimento, sia in forma di opuscoli che di libri. |
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Chi esegue
esperimenti sugli animali preferisce usare il termine meno cruento di
"sperimentazione animale" che non richiama altrettanto l'idea della violenza
e della tortura anche se, in realtà, la sofferenza e la violenza sono
presenti in modo forte e talvolta in misura anche maggiore dove non avviene
la dissezione vera e propria (se eseguita in anestesia). In questo opuscolo,
i termini "vivisezione" e "sperimentazione animale" verranno usati come
sinonimi. |
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Occorre escludere la sperimentazione animale, così come ogni altra forma di
tortura, anche perché vi è sempre un'altra via, con basi scientifiche e senza
violenza: è quella che va esplorata e allargata, è quella che concretamente
porta i risultati migliori per l'uomo. La vivisezione, definita da Gandhi "il
crimine più nero tra i neri crimini commessi dall'uomo", va avanti per una forma
di inerzia culturale, perché non ci si oppone agli interessi che la sostengono e
che impongono come dogma che "la vivisezione è necessaria". Noi lottiamo contro
questa inerzia, questi anacronistici retaggi del passato, per liberare la
scienza da un grave errore di metodo e dalla violenza.
E' significativo, a questo proposito, il fatto che ancora oggi si usi, come test
di tossicità, il "Draize test", che misura l'irritabilità di una sostanza
versandola negli occhi e sulla pelle di decine di conigli, lasciandola lì per
ore o giorni, finché non avvenga la necrosi dell'organo. Ebbene, questo test,
inventato nel 1944, continua ad essere usato, immodificato; è una della tante
dimostrazioni di come queste pratiche proseguano solo per inerzia e di come non
si voglia realmente progredire verso metodi più scientifici. Lo stesso discorso
vale anche per il test LD50, utilizzato per la prima volta nel 1927, in cui si
somministrano dosi crescenti di una sostanza a diversi animali fino alla morte
del 50% di essi.
Il pensiero occidentale non è mai stato particolarmente benevolo verso gli
animali, visti quasi sempre come creature poste al servizio dell'uomo. Si può
dire che fino a pochi anni fa la visione antropocentrica del mondo sia stata
quasi universalmente accettata, anche se, già nell'antichità, si siano fatte
sentire voci di dissenso a questa impostazione, come quelle di Pitagora,
Porfirio, Plutarco, Celso.
A questa visione si oppose anche Kant, il quale, pur non riconoscendo agli
animali diritti derivanti dalla loro condizione di esseri viventi e senzienti,
riteneva che l'uomo dovesse rispettare gli animali perché la crudeltà nei loro
confronti predisponeva ad uguale comportamento verso i nostri simili.
Solo alla fine del 1700 il filosofo utilitarista Jeremy Bentham iniziò, per la
prima volta, a porre le basi per il riconoscimento dei diritti animali. Egli
disse: "il problema non è 'possono ragionare?', né 'possono parlare?', ma:
'possono soffrire?'" (in un essere umano sottoposto a torture analoghe a quelle
della vivisezione, essere cerebroleso o, al contrario, dotato di un alto
quoziente di intelligenza, non modificherebbe certo la dimensione della sua
sofferenza).
Agli inizi degli anni '70 cominciò ad organizzarsi un vero e proprio movimento
per il riconoscimento dei diritti degli animali. Alla base delle argomentazioni
vi è il concetto di specismo: l'uomo mette in atto comportamenti crudeli verso
gli animali soltanto perché non appartengono alla sua stessa specie. Allo stesso
modo, i razzisti discriminano in base alla razza ed i sessisti in base al sesso.
Riconoscere agli animali diritti quali la vita, il benessere, un equo
trattamento e il rispetto della propria specificità, rappresenta quindi la
logica conseguenza del riconoscimento dei diritti umani.
In sintesi, la vivisezione, dal punto di vista etico, deve essere abolita perché
rappresenta un esempio di comportamento specista, gravemente lesivo di tutti i
diritti che le più avanzate correnti di pensiero filosofico riconoscono agli
animali; essa è un crimine in qualsiasi modo si tenti di giustificarla: che la
si compia credendo di "far del bene all'umanità", o che la si compia, come
spesso avviene, solo
per interessi personali e di carriera.
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L'aspetto scientifico
I medici antivivisezionisti partono dalla semplice ed oggettiva constatazione
che gli animali non sono modelli sperimentali adatti all'uomo, perché troppo
diversi da noi. Ogni specie animale è infatti biologicamente, fisiologicamente,
geneticamente, anatomicamente molto diversa dalle altre e le estrapolazioni dei
dati tra una specie e l'altra sono impossibili. Un numero sempre crescente di
medici non accetta più la validità della vivisezione come dogma e considera
antiscientifici gli esperimenti sugli animali.
Questi esperimenti non portano ad alcuna reale conoscenza sugli effetti di una
eventuale sostanza da provare (come ad esempio un farmaco), perché animali di
specie diverse, come pure di razze diverse o addirittura di ceppi della stessa
specie, rispondono in modo diverso ad un dato stimolo. E' sufficiente dire che
il 60% delle risposte dei topi differisce da quelle dei ratti, specie a loro
molto simile. E, dunque, se il risultato ottenuto sul topo è diverso da quello
ottenuto sul gatto, diverso da quello ottenuto sul cane ed anche da quello
ottenuto sul ratto, a chi somiglierà di più l'uomo: al topo, al gatto al cane o
al ratto? La risposta non si può sapere a priori. Solo dopo aver sperimentato
sull'uomo si scoprirà, volta per volta, a quale specie e razza egli assomigli di
più in quel particolare caso.
Risulta quindi chiaro che la vivisezione è dannosa per l'uomo, per due ragioni
principali: si sperimentano direttamente sull'uomo sostanze che non hanno subito
alcun vaglio preventivo (dal momento che il risultato della sperimentazione
sugli animali non è in alcun modo predittivo per l'uomo) e si corre il rischio
di scartare sostanze che potrebbero essere invece di grande aiuto per l'uomo,
per il solo fatto che su di una particolare specie sono risultate tossiche.
I vivisettori sanno comunque, (ma lo dicono solo nei casi in cui fa loro comodo)
che ciò che vale per un animale può benissimo non valere per l'uomo e molto
spesso, una sostanza risultata tossica per una o più specie viene ugualmente
sperimentata sull'uomo.
Vale la pena di sottolineare che la sperimentazione sugli animali fornisce ai
produttori
di farmaci la possibilità di selezionare la risposta, variando la specie animale
o semplicemente le condizioni dell'esperimento, con il fine di commercializzare,
in un'ottica di profitto, migliaia di farmaci che, una volta in commercio, si
rivelano spesso inutili e talvolta dannosi. La sperimentazione animale fornisce
così una comoda (ma per noi pericolosa)
tutela giuridica alle aziende farmaceutiche. Esistono circa 200.000 specialità
farmaceutiche in commercio nel mondo, mentre quelle ritenute utili
dall'Organizzazione Mondiale della Sanità sono soltanto 300-400.
Ecco alcuni tra i moltissimi esempi di sostanze che hanno effetti opposti
sull'uomo e sull'animale: la pecora ed il porcospino possono ingoiare quantità
cospicue di arsenico, notoriamente velenoso per l'uomo. La stricnina lascia
indifferente la cavia, il pollo e la scimmia in dosi sufficienti ad uccidere
un'intera famiglia umana. L'amanita phalloides, fungo velenosissimo di cui pochi
grammi sono per noi letali, è del tutto innocua per gatti e conigli. L'insulina
provoca malformazioni nelle galline, nei conigli e nei topi, ma non nell'uomo.
La stessa penicillina è letale per le cavie da laboratorio (ma fu una enorme
fortuna per l'umanità che fosse stata sperimentata sui topi, come dichiarò lo
stesso Florey, uno degli scopritori insieme a Fleming).
Questo è il percorso che solitamente seguono le scoperte biomediche: esse
nascono da uno studio epidemiologico (ossia dall'osservazione e lo studio
statistico di gruppi di persone) oppure da un'osservazione clinica casuale. Poi
si cerca di ottenere sugli animali lo stesso fenomeno già riscontrato sull'uomo,
sperimentando su varie specie, fino a trovare, di volta in volta, la razza ed il
ceppo che diano quella determinata risposta. La scoperta verrrà accreditata
dalla medicina ufficiale solo dopo che l'esperimento sugli animali è risultato
positivo. La vivisezione ha dunque portato gravi danni in tutti quei casi in cui
un risultato già noto sull'uomo non è stato considerato valido perché non poteva
essere riprodotto su alcun animale: così gli effetti dannosi dell'alcool, del
fumo di sigaretta, dell'amianto, del metanolo, etc. non sono stati considerati
"provati scientificamente" per moltissimi anni, con grave danno per la salute
umana.
Per quale ragione, allora, si esperimenta ancora sugli animali? Lo si fa in
grande parte per favorire le carriere universitarie, basate sul numero di
pubblicazioni prodotte, essendo gli esperimenti sugli animali (non importa se
già effettuati migliaia di volte) la via più facile e veloce. Inoltre, come già
illustrato, la sperimentazione sugli animali costituisce per le industrie una
sicura tutela giuridica per ogni eventuale contenzioso. Eppure, in Italia, in
undici anni sono state ritirate per inidoneità o perché pericolose oltre 22.000
specialità farmaceutiche, la cui efficacia ed innocuità era stata garantita
dalla sperimentazione animale. Il General Accounting Office
statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati
tra il 1976 e il 1985 ed ha trovato che, il 52% di essi presentavano "gravi
rischi emersi dopo l'approvazione" che i test sugli animali non avevano
previsto. Del resto, si è saputo che negli Stati Uniti le malattie iatrogene
(provocate dai farmaci) costituiscono la quinta
causa di morte.
Un dossier pubblicato recentemente su "Scientific American" apre un primo
spiraglio nel mondo scientifico "ufficiale" alla posizione critica verso la
sperimentazione animale. Un altro articolo di "The Sciences" (organo della New
York Academy of Sciences) commenta come la notizia dei presunti successi della
cura Folkman per il cancro (sperimentata solo sui topi) che utilizza l'angiostatina
e l'endostatina, abbia acceso molte false speranze: "...anche se qualsiasi
sostanza oggi in uso per la cura del cancro è stata provata per la sua efficacia
sui topi, la relazione tra gli effetti benefici dei farmaci sui topi e gli
effettivi benefici riscontrati clinicamente sui pazienti è circa del 10%. Questa
percentuale così bassa porta a due considerazioni. La prima è che l'angiostatina
e l'endostatina, fino ad oggi provate solo sui topi, potrebbero, entro breve,
raggiungere la lunga lista delle vantate "cure" per il cancro che facevano
meraviglie sui topi, ma sono fallite con i pazienti umani. La seconda è quella
fatta da alcuni ricercatori per il cancro, che infine hanno iniziato a chiedersi
se delle cure promettenti possano essere andate perse, perché risultate non
efficaci sui topi".

EEsperimenti sui gatti
effettuati in Giappone
I metodi sostitutivi
I ricercatori che abbiano a cuore la vera ricerca scientifica e non la propria
carriera, hanno a disposizione metodi migliori dei test sugli animali:
a) innanzitutto la ricerca clinica: la maggior parte delle scoperte mediche (i
cui successi vengono spesso attribuiti alla sperimentazione animale) sono dovute
infatti ad un'osservazione clinica (sull'uomo) di un particolare fenomeno, che
solo in seguito i ricercatori tentano di riprodurre negli animali, inducendo in
essi delle patologie artificiali. Essi variano le condizioni dell'esperimento,
così come la specie di animale utilizzata, fintanto che il risultato non
coincida con l'indicazione fornita dall'uomo;
b) l'epidemiologia e la statistica. L'epidemiologia studia la frequenza e la
distribuzione dei fenomeni epidemici e quindi delle malattie nella popolazione;
la statistica è invece la disciplina che si occupa del trattamento dei dati
numerici derivanti da un gruppo di individui. Sono stati l'impiego della
epidemiologia e della statistica che hanno permesso di riconoscere la maggior
parte dei fattori di rischio delle malattie cardiocircolatorie quali
l'ipertensione arteriosa, il fumo, il sovrappeso, l'ipercolesterolemia.
c) lo studio diretto dei pazienti, tramite i moderni strumenti di analisi
non-invasivi. Questi metodi consentono di ottenere ottimi risultati, come è
stato riscontrato per le malattie cardiache;
d) autopsie e biopsie: le autopsie sono state cruciali per la comprensione di
molte malattie; con le biopsie si possono ottenere molte informazioni
durante i vari stadi della malattia. Per esempio, le biopsie endoscopiche hanno
dimostrato che il cancro al colon deriva da tumori benigni chiamati adenomi.
Questo è in contrasto con il modello animale più usato, in cui non vi è la
sequenza adenoma-carcinoma;
e) colture in vitro di cellule e tessuti umani;
f) simulazioni al computer;
Infine, per quelle sostanze già entrate in commercio, una sorveglianza durante
le vendite consentirebbe una sperimentazione di seconda fase. Attraverso
l'informatica è oggi possibile, infatti, mantenere registrazioni dettagliate
degli effetti collaterali: una banca dati centralizzata consentirebbe la rapida
identificazione di farmaci pericolosi, e al tempo quella di effetti collaterali
imprevisti, anche positivi (in passato, farmaci concepiti per alcune patologie
sono talvolta serviti a curarne altre).
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![]() Cavie usate in esperimenti sull'irritazione cutanea Coniglio sottoposto a Draize test cutaneo per un cosmetico nei laboratori della Mennen Company |
L'aspetto legislativo
In Italia esiste un decreto legislativo (n. 116, del 1992) che regola lo
svolgimento degli esperimenti sugli animali. Vi sono però anche altri aspetti
legislativi da considerare:
1. la legge sull'obiezione di coscienza alla vivisezione;
2. la questione della sperimentazione didattica, direttamente collegata alla
legge di cui al punto 1;
3. le direttive CEE che obbligano ad eseguire sugli animali i "test di
tossicità";
4. le direttive CEE in materia di test per i prodotti cosmetici;
5. la direttiva CE relativa all'immissione sul mercato dei biocidi
(disinfettanti, insetticidi, acaricidi, etc.), che prevede ancora altri test su
animali e che dovrà essere recepita entro il maggio 2000.
In Italia, la precedente legge sulla sperimentazione animale risaliva al 1931, e
quella attuale ne rispecchia in gran parte l'impostazione. La legge del 1931, in
sostanza, consentiva la vivisezione "per il progresso della biologia e della
medicina sperimentale". Nel 1992, il Decreto Legislativo n.116, che recepisce la
direttiva CEE sull'argomento, abroga tutte le disposizioni della vecchia legge,
tranne l'articolo 1, che recita: "La vivisezione e tutti gli altri esperimenti
sugli animali a sangue caldo
(mammiferi e uccelli) sono vietati quando non abbiano lo scopo di promuovere il
progresso della biologia e della medicina sperimentale e si eseguono negli
istituti e laboratori scientifici della Repubblica sotto la diretta
responsabilità dei rispettivi direttori (...). Gli esperimenti che richiedono la
vivisezione a semplice scopo didattico, sono consentiti
soltanto in caso di inderogabile necessità, quando, cioè, non sia possibile
ricorrere ad altri metodi dimostrativi".
Occorre qui sottolineare due aspetti: l'espressione "progresso della biologia e
della medicina sperimentale", che sembra così restrittiva, non pone in realtà
alcuna limitazione: non c'è esperimento, anche il più palesemente assurdo ed
aberrante, che non venga presentato dai vivisettori come utile, o addirittura
indispensabile, e come tale accettato. Ma ancora non basta: all'art. 3, comma 4,
viene ammessa anche la ricerca "di base", ossia qualsiasi sperimentazione che
non abbia un fine immediato, prevedibile, o predeterminato: ciò significa che
tutto quanto può passare per la mente del ricercatore, in cerca di
finanziamenti, titoli o pubblicazioni, può essere accettato.
Questo decreto pone inizialmente molte norme restrittive sull'utilizzo degli
animali nella ricerca: vieta gli esperimenti su cani, gatti e scimmie, quelli
senza anestesia e quelli didattici. Purtroppo, vengono tutti riammessi con le
norme derogatorie. Si raccomanda che gli esperimenti siano quanto meno dolorosi
possibile, che l'anestesia venga praticata, e via dicendo; ma si lascia
giudicare allo sperimentatore stesso se l'esperimento "richieda necessariamente"
di derogare a tali disposizioni e, in sostanza, lo sperimentatore è lasciato
libero di agire come più gli aggrada. Inoltre, le sanzioni previste dal decreto
legislativo 116/92 hanno comunque soltanto carattere amministrativo e non
penale. In ogni caso, gli esperimenti su cani, gatti e scimmie, quelli senza
anestesia e quelli didattici, devono essere espressamente autorizzati dal
Ministero della Sanità. Inoltre, dal 1991, i cani (e gatti) dei canili pubblici
non possono essere ceduti ai laboratori di vivisezione e gli animali usati per
gli esperimenti devono provenire da appositi allevamenti.
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Dopo che le arterie sono state tagliate nell'inguine del ratto, gli verrà scoperchiata la scatola cranica per esperimenti sull'emicrania |
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Topo il cui DNA è stato modificato affinché la sua pelle sia ricoperta di rughe. E' usato per testare cosmetici anti-invecchiamento. |
Nonostante i vivisettori abbiano così ampia libertà di azione, sono ancora molti
gli illeciti compiuti in questo campo, che si possono punire anche a norma di
legge. Nel numero di luglio 1998 di "Impronte", il periodico della LAV, è stato
pubblicato l'elenco dei centri di ricerca in cui si praticano esperimenti su
animali, ottenuto dal Ministero della Sanità soltanto dopo una causa vinta in
tribunale (sentenza 471/97, prima sezione bis del Tribunale Amministrativo
Regionale del Lazio). Con questo elenco vi è la dimostrazione che l'attuale
normativa sulla vivisezione, oltre ad essere una semplice farsa (dato l'enorme
potere discrezionale che, come abbiamo visto, essa concede ai vivisettori),
viene anche sostanzialmente disattesa.
La normativa non prevede la concessione da parte del Ministero della Sanità di
una autorizzazione per ogni singolo esperimento su animali. E' sufficiente che i
cosiddetti "stabilimenti utilizzatori", ottenuta l'autorizzazione generica
all'esercizio della loro attività, inviino una semplice comunicazione al
Ministero stesso, che in tal modo non ha più il compito di sindacare
sull'opportunità degli esperimenti compiuti. Il Ministero della Sanità avrebbe
invece il compito (art. 15) di raccogliere e pubblicare ogni tre anni "i dati
statistici sull'utilizzazione di animali a fini sperimentali (...), sulla base
delle comunicazioni degli stabilimenti utilizzatori". Quanto imprecise siano
queste statistiche è dimostrato dal fatto che, i dati forniti dal Governo
Italiano per il 1992 alla Comunità Europea differivano da quelli pubblicati in
Italia sulla Gazzetta Ufficiale: 84.772 animali in più, fra cui 11.994 cani. Il
fatto si è ripetuto per il 1996, con una differenza questa volta di 22.937
animali. Come rivela anche l'elenco pubblicato dalla LAV, gli stabilimenti
autorizzati spesso non specificano né il numero né la specie degli animali
utilizzati.
Se a ciò si aggiunge che, pur essendo il Ministero della Sanità formalmente
responsabile dei controlli, questi vengano di fatto delegati agli stessi
stabilimenti utilizzatori (che si dovrebbero in tal modo autocontrollare), si
può capire quanta libertà venga lasciata ai vivisettori da questa legge.
Una drastica riduzione del numero degli animali uccisi, sarebbe possibile
evitando le ripetizioni degli esperimenti già compiuti. Occorrerebbe dunque un
Centro di Elaborazione Dati al quale far affluire i risultati di tutti gli
esperimenti compiuti, come minimo, in tutta Europa. Invece, il decreto 116/92 si
limita a definire, come unico obbligo per il Ministero della Sanità, la raccolta
di dati statistici sul "numero e specie di animali utilizzati in esperimenti" e
viene anche precisato che non saranno pubblicate le informazioni pervenute
quando esse "rivestono un particolare interesse commerciale". Come dire che non
si saprà mai niente degli esperimenti compiuti dalle industrie farmaceutiche.
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Esperimento sul cervello di un gatto immobilizzato in un apparecchio di contenzione |
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Draize Test su conigli in apparecchi di contenzione (Liverpool, UK). La sostanza da provare viene versata negli occhi dei conigli. Dopo diverse ore o anche giorni, lo sperimentatore valuterà il grado di distruzione del tessuto oculare. Questo test è stato inventato nel 1944, e continua a essere usato, inalterato. Questa è una della tante dimostrazioni che nei vivisettori prevale l'inerzia sulla volontà di trovare metodi di ricerca moralmente accettabili e scientificamente attendibili. |
La legge 413/93
sull'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale
Alla fine del 1989, 27 tecnici di Radiologia medica dell'Istituto Rizzoli di
Bologna, in previsione dell'apertura all'interno dell'ospedale di un
laboratorio, in cui sarebbero stati usati conigli, suini, ovini, cavie e ratti,
si dichiararono obiettori di coscienza a questo tipo di sperimentazione. Nello
stesso periodo, si verificava un caso analogo presso la USL n. 4 di Chieti. In
poco tempo, giunsero presso i due istituti migliaia di lettere e fax di sostegno
agli obiettori. Questo fu lo stimolo per la presentazione in Parlamento, da
parte dell'on. Gianni Tamino, membro del Comitato Scientifico
Antivivisezionista (di cui è oggi presidente), del disegno di legge per
l'obiezione alla vivisezione, poi portato avanti dalle senatrici Annamaria
Procacci e Carla Rocchi e dal deputato Stefano Apuzzo. La legge fu approvata nel
1993 quasi all'unanimità.
Si tratta della legge n. 413, del 16 ottobre 1993 (Gazzetta Ufficiale n. 244),
dal titolo "Norme sull'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale", che
riguarda studenti, docenti, ricercatori, medici, personale sanitario, tecnici,
infermieri, in strutture pubbliche o private. La domanda di obiezione di
coscienza va presentata per i dipendenti, all'atto d'assunzione e, per gli
studenti, al momento dell'inizio del corso. Le strutture hanno l'obbligo di
pubblicizzare la possibilità di obiezione di coscienza (nel caso delle
università il compito spetta ale segreterie di facoltà) e devono predisporre un
modulo da compilare per quanti vogliano presentare domanda. Ogni discriminazione
è vietata. Devono essere previsti dei laboratori sostitutivi per gli studenti
obiettori.
Sulla carta, questa legge è una grande ed importante conquista. Nella realtà,
invece, la possibilità di obiettare, ben lungi dall'essere pubblicizzata, molto
spesso non viene neppure menzionata nella "Guida dello studente" delle varie
facoltà scientifiche. I laboratori sostitutivi spesso non esistono, e gli
studenti che decidono di avvalersi del diritto all'obiezione, vengono
discriminati dagli insegnanti. La legge esiste, dunque, ma non ne vengono
applicati né la lettera né lo spirito.
![]() |
Scimmia stabulata presso l'England's Royal College of Surgeons. Si noti che sulla fronte dell'animale gli sperimentatori hanno tatuato la parola "CRAP" (merda |
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Scimmia in apparecchio di contenzione: i primati non umani sono spesso rinchiusi senza potersi muovere in questi apparecchi per periodi lunghissimi |
La sperimentazione didattica
Abbiamo già visto come nella legge 116/92 la sperimentazione didattica sia
ammessa "soltanto in caso di inderogabile necessità e non sia possibile
ricorrere ad altri sistemi dimostrativi". Ma in moltissime facoltà esistono
ancora laboratori didattici in cui vengono effettuati esperimenti su animali. Lo
studente generalmente non lavora su animali vivi: è il docente o uno degli
assistenti che, prima dell'inizio dell'esercitazione, uccide l'animale (le
specie più utilizzate sono vermi, rane, roditori, molluschi e crostacei) non
troppo tempo prima per evitare l'insorgere della necrosi. Le prove didattiche
sono in genere molto semplici; si tratta normalmente della dissezione e della
successiva osservazione dell'anatomia e fisiologia dell'animale.
L'associazione MOUSE (Movimento Universitario Europeo Obiettori alla
Sperimentazione animale) ha pubblicato un rapporto sull'utilizzo degli animali
nelle università, mettendo in luce l'inutilità e la non convenienza di tali
esperimenti didattici, sotto diversi punti di vista: legislativo, scientifico,
economico, organizzativo. Sotto l'aspetto scientifico, esistono metodologie di
cui gli studenti possono avvalersi, che sono ben più utili dei ripetitivi
esperimenti sugli animali:
modelli riproduttivi animali e umani, simulatori di pazienti, film e video,
simulazioni computerizzate (interattive e personalizzabili, in cui lo studente
può eseguire i test da solo e valutare la propria preparazione), libri di
fotografie, esperimenti su microrganismi, colture cellulari e tissutali.
Ma, al di là di ogni valutazione, la sperimentazione didattica dovrebbe essere
immediatamente vietata perché presenta una contraddizione legislativa. La legge
413/93 consente infatti agli studenti di dichiararsi obiettori. Ciò significa
che la sperimentazione sugli animali non è necessaria, come invece richiesta
dall'articolo 8 della legge 116/92. Inoltre, poiché l'insegnante deve prevedere
sistemi dimostrativi e corsi alternativi per gli studenti obiettori, è falso il
fatto che non sia possibile ricorrere ad altri sistemi sostitutivi, come
richiesto sempre dall'art. 8 della legge 116. Il permesso di effettuare
esperimenti didattici sugli animali non dovrebbe essere pertanto mai concesso.
Esiste infatti una proposta di legge, portata avanti dai membri del Comitato
Scientifico Antivivisezionista e da varie associazioni, supportata anche da una
petizione popolare, che richiede di vietare esplicitamente ogni sperimentazione
didattica sugli animali.

Coniglio durante un esperimento chirurgico (Università del Messico, 1982).
Esperimento sugli occhi di un gatto
I test di tossicità
L'immissione sul mercato di ogni sostanza nuova potenzialmente pericolosa è
disciplinata dalla Direttiva 92/32 CEE del 30/4/1992. Essa si applica a sostanze
destinate alla preparazione di prodotti cosmetici e specialità medicinali e, tra
le altre cose, obbliga la ditta che intende commercializzare una nuova sostanza
a rendere noti i risultati delle prove tossicologiche ed ecotossicologiche, in
cui vengono utilizzati gli animali.
Per classificare una sostanza viene effettuata la valutazione della tossicità
acuta, ossia della dose che, con unica somministrazione, provoca la morte del
50% degli animali (LD50). Sono definite quattro categorie: "molto tossico",
"tossico", "nocivo" e "non nocivo", in base alla specie dell'animale utilizzato
ed al rapporto mg di sostanza/kg di peso corporeo. Tali parametri sono del tutto
arbitrari perché, come sappiamo, una stessa sostanza fornisce risultati diversi
per specie diverse, o anche per la stessa specie in condizioni ambientali
diverse. Tale metodo non ha quindi alcun valore scientifico. Sono inoltre
previste prove di tossicità ripetuta e cronica (dosi più piccole per periodi più
lunghi, che vanno dalle 2 settimane a tutta la vita dell'animale), prove di
mutagenesi (capacità della sostanza di alterare il codice genetico) e prove di
tossicità connessa con il ciclo riproduttivo. Anche in questo caso, l'animale
viene usato come modello per l'uomo, postulato scientificamente inaccettabile.
E' stata fatta una raccolta di firme per una petizione indirizzata al Ministro
della Sanità, che chiedeva l'abolizione dell'obbligo legale dell'utilizzo di
animali nei test di tossicità. Infatti, un ricercatore che voglia utilizzare
metodi scientifici sostitutivi, è comunque
obbligato dalla legge a compiere anche i test sugli animali. Mentre una sostanza
provata solo sugli animali con gli obsoleti test LD50, LC50, etc., già ritenuti
non affidabili dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, può essere
messa in commercio senza alcun altro obbligo.
La battaglia è importante perché il 75% degli animali uccisi dalla vivisezione
viene immolato nei test di tossicità.
Le specialità farmaceutiche sono invece poste in commercio seguendo la Direttiva
83/570 della CEE, la quale prevede che una sostanza per uso medicinale debba
essere provata prima sugli animali, poi su persone sane e, da ultima, su persone
malate. Ma, anche nella seconda fase, sull'uomo, questa procedura non rispetta
né dei criteri scientifici (l'uomo sano dà una risposta diversa da quella del
malato), né dei criteri etici, perché non vengono tutelati i diritti delle
persone sottoposte alla sperimentazione.
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La sperimentazione umana
Per qualsiasi nuova cura o nuova sostanza è inevitabile che alla fine vi debba
esssere la sperimentazione sull'uomo. Tuttavia, perché questa sperimentazione
corrisponda alle caratteristiche di scientificità e di eticità, essa dovrebbe
rispettare i seguenti principi:
1) essere fatta solo dopo che tutte le prove scientifiche possibili (dunque non
sugli animali) siano state portate a termine (su cellule e batteri, con
simulazione al computer, ecc);
2) essere fatta solo su persona portatrice della malattia in esame, escludendo i
"volontari" sani (spesso chiamati volontari anche quando illecitamente
retribuiti);
3) essere fatta su paziente consenziente, adeguatamente informato e che possa in
qualunque momento interrompere la sperimentazione;
4) venire applicata solo quando non esistano altre terapie ritenute più idonee
per il paziente e quando lo sperimentatore, anche in presenza delle
autorizzazioni richieste, risponda in prima persona degli eventuali danni.
La sperimentazione fatta in precedenza sugli animali non sarà mai utile a
tutelare in qualche modo la persona umana, o a farne, anche orientativamente,
prevedere la risposta.
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Esperimento su un ratto per determinare il momento della morte |
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Uno dei 32 cani ai quali è stata indotta sperimentalmente la cirrosi epatica. (Università di Porto Rico). |
La questione dei cosmetici
Dal 1976 anche in Italia, a seguito della direttiva europea 76/768/CE (e poi la
92/32/CE) è obbligatorio per legge sperimentare su animali gli ingredienti dei
prodotti cosmetici. Non è richiesta invece questa sperimentazione sul prodotto
finito e per questo motivo diverse ditte possono definire i loro
prodotti "non sperimentati su animali". Tale dicitura che non si riferisce però
ai singoli ingredienti.
La normativa non è ancora intervenuta chiaramente sulla validità delle diciture
e dei simboli che si possono trovare sui cosmetici riguardo all'assenza di test
su animali.
Tutti gli oltre 8.000 ingredienti usati in cosmetica sono stati testati su
animali, compresa l'acqua (!) ma abbiamo la possibilità di non incrementare i
test su animali preferendo i prodotti di quelle ditte che utilizzano solo
ingredienti in uso prima dell'emanazione della direttiva nel 1976 (BWC, Lakshmi,
Pure Plant, Progetto Gaia), oppure ingredienti in uso prima del cambiamento di
politica delle ditte stesse. Queste ultime (circa 150) hanno sottoscritto uno
Standard Internazionale, rappresentato in Italia dalla LAV e promosso da
cinquanta tra le più importanti associazioni animaliste al mondo. Le aziende che
aderiscono si impegnano a non prendere parte a nessun test su animali, né a
commissionarlo ad altri, né a comprare materie prime da fornitori che effettuano
o fanno effettuare esperimenti su animali. La lista completa è consultabile sul
sito www.mclink.it/assoc/lav oppure chiamando la LAV allo 064461325.
Le associazioni antivivisezioniste hanno agito per eliminare gli esperimenti per
la cosmesi, non certo perché questi test siano "più inutili" o più condannabili
degli altri dal punto di vista etico o scientifico, ma perché meno
giustificabili dal "sentire comune". Questa battaglia è stata combattuta senza
perdere comunque di vista l'obiettivo finale, che è quello dell'abolizione
totale della vivisezione.
Il risultato ottenuto è stato la direttiva 93/35/CE, che ha imposto la
cessazione dei test cosmetici sugli animali a partire dal 1 gennaio 1998. Questa
data è slittata, purtroppo, con la direttiva 97/18/CE, al 30 giugno 2000, perché
non sono stati ancora "validati" metodi sostitutivi, (e vi è chi si sta
adoperando per farla slittare ancora...).
Occorre chiedersi perché i test sostitutivi non siano stati ancora validati. La
risposta è semplice: attualmente, un test si definisce "valido" quando fornisce
gli stessi risultati che si ottengono nelle prove su animali. Ma poiché queste
prove per le numerose ragioni già esposte non sono scientifiche e sono soggette
ad infinite variabili, nessun metodo sostitutivo, che ha basi scientifiche, può
dare gli stessi risultati. Vanno quindi cambiati i parametri di validazione e va
soprattutto denunciato il fatto che il metodo di sperimentazione animale, per
tanti considerato ancora un dogma, non è mai stato validato.

SENZA PAROLE
Gli animali transgenici
Le nuove conoscenze nel campo della genetica hanno consentito, negli ultimi 20
anni, di modificare l'informazione genetica degli organismi viventi,
"inventando", con quelle che vengono chiamate "manipolazioni genetiche", nuove
forme di vita. In particolare, nel campo della ricerca, sono stati creati
animali, chiamati transgenici, in cui sono stati inseriti geni umani, per
tentare di renderli più "simili" all'uomo, più validi scientificamente... Questo
tentativo di "umanizzazione" della cavia ha contribuito a dimostrare il
fallimento della ricerca fatta con gli animali ed a dimostrare allo stesso tempo
l'ostinazione della scienza odierna nel perseverare in una strada errata: la
strada che assimila l'organismo vivente ad una macchina, i cui pezzi possono
essere smontati, sostituiti e rimontati; la strada che rifiuta di riconoscere
l'enorme complessità delle relazioni che legano tra di esse le varie parti di un
organismo vivente e che legano un essere vivente al suo ambiente di vita (è su
tale visione che si basa la sperimentazione animale).
Tralasciando il discorso sull'assurdo diritto che l'uomo si sta arrogando di
"creare" la vita e di interferire, con le manipolazioni genetiche, negli
equilibri naturali del pianeta (discorso troppo ampio per essere affrontato in
questa sede), va detto che l'animale transgenico si sta rivelando anch'esso del
tutto inutile per il progresso scientifico. L'oncotopo, brevettato nell'88 in
USA, nel cui DNA era stato inserito un gene umano in grado di far sviluppare un
tumore alla mammella, e che avrebbe dovuto rappresentare il modello ideale per
la ricerca, a distanza di più di 10 anni, non ha portato ad alcun progresso
scientifico nel campo della comprensione dei meccanismi di insorgenza dei tumori
o della loro cura. Perché l'oncotopo continua ad essere per il 99% un topo e
quindi a comportarsi in maniera significativamente diversa rispetto all'uomo.
Che cosa potete fare voi?
Se dopo aver letto questo opuscolo vi chiedete che cosa vi sia possibile fare
per combattere la vivisezione, ecco alcuni suggerimenti:
- Documentatevi, non rifiutatevi di leggere libri e articoli di informazione
scientifica o etica sull'argomento. Se siete studenti di scuole superiori,
chiedete ai vostri insegnanti o al vostro preside di poter organizzare una
conferenza sull'antivivisezionismo scientifico.
- Distribuite materiale informativo e parlate del problema con quante più
persone potete.
- Chiedete ai medici che incontrate qual'è la loro posizione e se sono
favorevoli ad iscriversi al Comitato Scientifico Antivivisezionista.
- Non perdete occasione per esprimere pubblicamente la vostra condanna
(intervenendo nei dibattiti, scrivendo lettere ai giornali).
- Aiutate le associazioni che si battono contro la vivisezione con contributi
economici oppure offrendo la vostra disponibilità.
- Boicottate quanti sono coinvolti nella vivisezione.
- Se possibile, mettete a disposizione la vostra professionalità (medici per
conferenze, avvocati per denunce, insegnanti per parlare nelle scuole, tipografi
per stampare materiale informativo, etc.).
- Non aiutate le associazioni che finanziano la ricerca medica, a meno che esse
siano in grado di dimostrare che non contribuiscono ad alcuna ricerca fatta
sugli animali.
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